Domenica 18 novembre 2018, la Chiesa inizia un nuovo Anno liturgico, un nuovo cammino di fede che, da una parte, fa memoria dell’evento di Gesù Cristo e, dall’altra, si apre al suo compimento finale. E proprio di questa duplice prospettiva vive il Tempo di Avvento, guardando sia alla prima venuta del Figlio di Dio, quando nacque dalla Vergine Maria, sia al suo ritorno glorioso, quando verrà «a giudicare i vivi e i morti», come diciamo nel Credo.

L’attesa: l’attendere è una dimensione che attraversa tutta la nostra esistenza personale, familiare e sociale. L’attesa è presente in mille situazioni, da quelle più piccole e banali fino alle più importanti, che ci coinvolgono totalmente e nel profondo. Pensiamo, tra queste, all’attesa di un figlio da parte di due sposi; a quella di un parente o di un amico che viene a visitarci da lontano; pensiamo, per un giovane, all’attesa dell’esito di un esame decisivo, o di un colloquio di lavoro; nelle relazioni affettive, all’attesa dell’incontro con la persona amata, della risposta ad una lettera, o dell’accoglimento di un perdono… Si potrebbe dire che l’uomo è vivo finché attende, finché nel suo cuore è viva la speranza. E dalle sue attese l’uomo si riconosce: la nostra “statura” morale e spirituale si può misurare da ciò che attendiamo, da ciò in cui speriamo. Ognuno di noi, dunque, specialmente in questo Tempo che ci prepara al Natale, può domandarsi: io, che cosa attendo? A che cosa, in questo momento della mia vita, è proteso il mio cuore? E questa stessa domanda si può porre a livello di famiglia, di comunità, di nazione. Che cosa attendiamo, insieme? Che cosa unisce le nostre aspirazioni, che cosa le accomuna? Nel tempo precedente la nascita di Gesù, era fortissima in Israele l’attesa del Messia, cioè di un Consacrato, discendente del re Davide, che avrebbe finalmente liberato il popolo da ogni schiavitù morale e politica e instaurato il Regno di Dio. Ma nessuno avrebbe mai immaginato che il Messia potesse nascere da un’umile ragazza quale era Maria, promessa sposa del giusto Giuseppe. Neppure lei lo avrebbe mai pensato, eppure nel suo cuore l’attesa del Salvatore era così grande, la sua fede e la sua speranza erano così ardenti, che Egli poté trovare in lei una madre degna.

 

Per la nostra vita

  1. L’Avvento ripropone la dimensione fondamentale della nostra fede: l’incontro con Cristo. Incontro nella fede fino alla gloria. È un cammino di verifica anche per la Chiesa, per le nostre comunità, per ciascuno di noi: non c’è possibilità di salvezza se non per Gesù Cristo, restando fedeli alla sua vita, al suo insegnamento. Cristo non s’incontra una volta per tutte, ma è il vero tesoro nascosto che bisogna sempre riscoprire. Egli è l’“Evento” che deve diventare “avvenimento” per tutti noi nella nostra concreta situazione storica, nella situazione di ciascuno di noi, perché egli si “compia” e perché egli “compia” il suo mistero di amore in noi.
  2. Festeggiare l’Avvento significa saper attendere: attendere è un’arte che il nostro tempo impaziente ha dimenticato. Esso vuole staccare il frutto maturo non appena germoglia; ma gli occhi ingordi vengono soltanto illusi, perché un frutto apparentemente così prezioso è dentro ancora verde, e mani prive di rispetto gettano via senza gratitudine ciò che li ha delusi. Chi non conosce la beatitudine acerba dell’attendere, cioè il mancare di qualcosa nella speranza, non potrà mai gustare la benedizione intera dell’adempimento. Chi non conosce la necessità di lottare con le domande più profonde della vita, della sua vita e nell’attesa non tiene aperti gli occhi con desiderio finché la verità non gli si rivela, costui non può figurarsi nulla della magnificenza di questo momento in cui risplenderà la chiarezza; e chi vuole ambire all’amicizia e all’amore di altro, senza attendere che la sua anima si apra all’altra fino ad averne accesso, a costui rimarrà eternamente nascosta la profonda benedizione di una vita che si svolge tra due anime. Nel mondo dobbiamo attendere le cose più grandi, più profonde, più delicate, e questo non avviene in modo tempestoso, ma secondo la legge divina della germinazione, della crescita e dello sviluppo.
  3. Oltre… le pietre, e le promesse umane. Oltre il tempo, nel tempo. La nostra attesa non è languore e nebbia. Un oltre dei nostri giorni, di ogni fatica, di ogni conquista. L’Avvento è la pedagogia di questo Oltre, ci insegna e ci guida a piegarci nelle trame della storia leggendovi l’intreccio di disperazioni e speranze.
  4. Una cosa, però diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu (Dio) non puoi aiutare noi, ma che siamo noi ad aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa fare molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultima la tua casa in noi.
  5. Solo chi attende il Signore è capace di apprezzare l’istante presente, di conoscerne il significato e la ricchezza. Sa infatti collocare questo istante nella sua esatta prospettiva. Sa scorgerne il legame con la venuta del Signore. L’attesa gli apre gli occhi e gli fa vedere gli uomini così come sono nella loro realtà profonda. Chi attende Gesù, ogni istante si dilata e si illumina. Si dilata perché lo vediamo tendere verso la sua pienezza; si illumina perché la presenza di Gesù proietta già su di esso la luce di una venuta ancora più perfetta. Gesù verrà ancora, verrà sempre fino al momento della sua venuta nella gloria. Gesù è venuto. Viene a noi in ogni istante. Ogni nostro istante non ha nessun altro valore se non in questa venuta e questa presenza di Gesù che esso ci porta.
  6. Come dice il Vangelo, sarebbe vano fantasticare circa l’ora e la modalità di questo avvenimento formidabile. Ma dobbiamo attenderlo. L’attesa – l’attesa ansiosa, collettiva e operante di una Fine del Mondo, cioè di un Esito per il Mondo – è la funzione cristiana per eccellenza. […] Nel corso della storia, l’attesa non ha mai cessato di guidare, come una fiaccola, i progressi della nostra fede. […] Apparso un istante tra noi, il Messia si è lasciato vedere e toccare solo per perdersi una volta ancora, pi ù luminoso e ineffabile che mai, nell’abisso insondabile del futuro. È venuto. Ma adesso, noi dobbiamo ancora e nuovamente, – non più solamente un piccolo gruppo eletto, ma tutti gli uomini – attenderlo più che mai. Il Signore Gesù verrà presto solo se l’attenderemo ardentemente. Sarà un cumulo di desideri a far esplodere la Parusia. […] Certamente, ognuno di noi vede, con maggiore o minore angoscia, avvicinarsi la morte individuale. E certamente preghiamo e agiamo coscienziosamente “perché venga il Regno di Dio”. Ma, in verità, quanti siamo a vibrare realmente, nel fondo del cuore, alla folle speranza di una rifusione della nostra Terra? Quali sono coloro che navigano, in mezzo alla nostra notte, protesi a discernere i primi albori di un Oriente reale? Dobbiamo, a tutti i costi, ravvivare la fiamma. Dobbiamo a qualunque prezzo rinnovare in tutti noi il desiderio e la speranza del grande avvenimento.

Ci abituiamo al buio
quando la luce è spenta;
dopo che la vicina ha retto il lume
che è testimone del suo addio,
per un momento ci muoviamo incerti
perché la notte ci rimane nuova,
ma poi la vista si adatta alla tenebra
e affrontiamo a testa alta la strada.
Così avviene con tenebre più vaste –
quelle notti dell’anima
in cui nessuna luna ci fa segno,
nessuna stella interiore si mostra.
Anche il più coraggioso prima brancola
un po’, talvolta urta contro un albero,
ci batte proprio la fronte;
ma, imparando a vedere,
o si altera la tenebra
o un qualcosa nella vista
si conforma alla notte profonda,
e la vita cammina quasi dritta.