Monizione e presentazione
La monizione per tutte le Messe
Nella liturgia eucaristica festiva il primo grande testo affidato all’assemblea è il Gloria che, come si legge nelle premesse al Messale, «è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata dallo Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello». Aperto dalle parole cantate dagli angeli alla nascita di Gesù, si sviluppa in due formule di preghiera, la prima rivolta al Padre, la seconda al Figlio. Nella prima si rincorrono i verbi della lode e dell’adorazione per esaltare l’immensa gloria di Dio. Nella seconda prevalgono i verbi dell’invocazione e della supplica per chiedere a Gesù Cristo, l’Agnello di Dio e il risorto alla destra del Padre, la grazia del perdono. L’inno degli angeli termina con l’adorazione della divinità di Gesù Cristo, il Santo, il Signore e l’Altissimo, nella comunione trinitaria. Il Gloria è, per sua natura, un testo da cantare.

Nella liturgia eucaristica festiva il primo grande testo affidato all’assemblea è il Gloria che, come si legge nelle premesse al Messale, «è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata dallo Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello». Inizialmente intonato solo dal vescovo a Natale, entrò progressivamente in tutte le Messe festive (domeniche, solennità e feste), a eccezione delle domeniche di Avvento e di Quaresima. Il suo inserimento nella parte iniziale della Messa, subito dopo l’atto penitenziale, se da una parte segna un forte cambio di registro – dal pentimento e dall’invocazione di perdono alla lode esultante (noi ti lodiamo, ti benediciamo…) -, dall’altra evidenzia una volontà di riprendere quanto precede con la riproposizione, nella sua parte centrale, di una reiterata supplica penitenziale (abbi pietà; accogli la nostra supplica).

L’inno si apre con le parole con le quali «una moltitudine dell’esercito celeste… lodava Dio», dopo che i pastori avevano ricevuto l’annuncio che a Betlemme, città di Davide, era nato «un Salvatore, che è il Cristo Signore» (cfr. Lc 2, 8-14): «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà». Queste parole, che possiamo intendere come un duplice augurio rivolto a Dio e agli uomini, nella loro stringatezza evocano il duplice fine della redenzione che, realizzata una volta per sempre da Cristo sulla croce, per mezzo del sacramento dell’eucaristia raggiunge l’umanità di ogni tempo e di ogni luogo: dare culto a Dio con le labbra, il cuore e la vita (gloria a Dio); santificare l’uomo, riconciliandolo con Dio e i fratelli (pace in terra).

Al duplice augurio iniziale corrispondono, nella parte centrale del Gloria, due distinte formule di preghiera che, prese insieme, paiono ispirarsi ad Ap 5, 13 («A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza nei secoli dei secoli»). Colui che siede sul trono diventa nel nostro inno il «Signore Dio, Re del cielo, Dio Padre onnipotente»; l’Agnello è la sintesi del «Signore, Figlio unigenito, Gesù Cristo, Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del Padre».

Quando si rivolgono al Padre, i fedeli in modo corale (noi) lo lodano, lo benedicono, lo adorano, lo glorificano e gli rendono grazie per la sua «gloria immensa». Nei cinque verbi usati è racchiusa tutta la limitata capacità dell’uomo di esaltare la gloria di Dio, che è immensa, riparando in certo modo a quanti «pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio» (Rm 1, 21) o «hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili» (Rm 1, 23). Qui però il termine «gloria», dalle profonde e complesse radici bibliche, non mette in causa solo la rivelazione che Dio fa di se stesso nella creazione, ma va a toccare più profondamente il suo rivelarsi nella storia di Israele e, soprattutto e definitivamente, nella storia di Gesù (incarnazione, vita nascosta a Nàzaret, vita pubblica, passione, morte, risurrezione e ascensione al cielo). L’immensità della gloria divina risplende infatti sul volto di Cristo (cfr. Gv 1, 14), specialmente nell’ora della croce (cfr. Gv 17, 1).

Quando invece si rivolge a Gesù Cristo, l’Agnello di Dio, confessato «Signore Dio» e «Figlio unigenito del Padre», il coro dei fedeli passa dalla lode alla supplica per implorare misericordia e perdono: «Tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi; tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra supplica; tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi». Ma, mentre nelle prime due invocazioni, viene ripresa quasi alla lettera la definizione di Gesù data dal Battista sulle rive del Giordano («Ecco, l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» – Gv 1, 29), nella terza la grazia del perdono è invocata da Colui che siede alla destra del Padre dopo i giorni della passione sofferta per la salvezza del mondo.

Si ha così l’aggancio per la parte conclusiva che, introdotta da un «perché» causale, si rivolge ancora a Gesù Cristo per esaltare la sua essenza divina («tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l’Altissimo») nella comunione trinitaria («con lo Spirito Santo nella gloria di Dio Padre»). Così all’iniziale «Gloria a Dio» corrisponde, in una sorta di inclusione, il finale «nella gloria di Dio Padre». L’inno angelico termina con l’amen, che tutto conferma e tutto ratifica.

Il Gloria è, per sua natura, un testo da cantare e la grande tradizione musicale che arriva fino a noi ne è una prova eloquente. Il soggetto adeguato di quest’esecuzione è l’intera assemblea celebrante. Ne consegue che il canto del Gloria, sia in latino, sia in italiano, deve far parte di diritto del repertorio base di una comunità. Per una buona esecuzione il dialogo assemblea-schola è più che opportuno, data l’ampiezza del testo. In certe occasioni, l’esecuzione può essere affidata alla sola schola, purché la scholaabbia la consapevolezza di essere parte viva dell’assemblea dei fedeli. Anche l’ascolto che si fa preghiera è vera esperienza di partecipazione liturgica.