L’omelia

«Forse si può definire questo nostro tempo, questa nostra città, questa nostra generazione come una generazione “senza”. Si potrebbe dire anche che, allo sguardo superficiale, la città appare come una terra privilegiata, dove si offrono innumerevoli possibilità e si ammirano i frutti sorprendenti dell’epoca moderna. Ma, nella città in cui non manca niente, abita una “generazione senza”. Una generazione, come dicono, senza futuro, una città senza figli, un popolo senza gioia, una società senza Dio». Noi tutti sembriamo essere «il popolo delle lamentazioni», sia che se ne abbiano le ragioni, sia che non vi siamo motivazioni reali. E, poi, sotto lo stesso cielo abitano i discepoli del Signore spesso lamentosi, osserva Delpini, «forse perché anche i cristiani si riconoscono nella “generazione senza”».
Ma è appunto la contemplazione della dolorosa passione di Gesù «che non si è mai lamentato», a provocare la domanda su quale sia il messaggio da portare a questo coro di voci infelici «che intristisce la città».
«I discepoli di Gesù non hanno altro da dire se non ciò che Gesù ha detto e ha fatto». Per questo «abbiamo percorso un tratto della città portando la croce», imparando da Lui «ad attraversare le tribolazioni dei fratelli e delle sorelle. Noi guardiamo a Gesù e riconosciamo che il suo soffrire condivide il nostro soffrire, stabilisce una comunione, assicura la sua presenza. Conosce la vita di uomini e donne per l’esperienza scritta nella sua carne».
È per questa via che Cristo raduna insieme i figli di Dio che erano dispersi, sottolinea ancora monsignor Delpini in riferimento al titolo complessivo della Via Crucis. «Non bastano discorsi, non bastano ideali, non bastano progetti per stabilire quella comunione che Dio vuole e che si chiama Chiesa».
Il Signore, infatti, nei momenti del dolore, rivela «che si può fare a meno di tutti e di tutto, ma che la povertà più irrimediabile è quella che ha perso il rapporto con Dio, di chi non sa o non vuole pregare. La lamentazione che si rivolge verso un nulla disabitato è solo la voce della disperazione. Se, invece, il lamento si fa preghiera, allora è come l’aprirsi di una fessura da cui può irrompere la speranza. È così che si costruisce la Chiesa dalle genti, là dove ogni interrogativo diventa preghiera. Noi guardiamo a Gesù e riceviamo la missione di offrire consolazione».
Nasce da qui quell’auspicio che, in realtà, è già un compito preciso: «I discepoli dovrebbero evitare di conformarsi al popolo delle lamentazioni per praticare piuttosto la lingua della fraternità che accoglie, che consola, che soccorre, che si lascia abitare dalla compassione di Dio per tutti i suoi figli».
«Gesù ci insegna a pregare rivolgendosi all’unico Dio e costruendo una fraternità in cui ciascuno si senta accolto e benedetto. A questa città abbiamo da dire solo la nostra fede».
Infine, dopo la recita del Credo apostolico, la benedizione con la croce sinodale, i canti conclusivi – eseguiti dal Coro multietnico della Cappellania di Santo Stefano – e la raccolta della Colletta a favore dei Padri Comboniani e dell’Ovci-La Nostra Famiglia in Sud Sudan, l’Arcivescovo indica la penitenza da osservare. «Quando incontrate una persona che si lamenta, dite che la gloria di Dio riempie la terra. Questo è il motto dell’Arcivescovo e così vogliamo contrastare il grigiore. Certo, le sofferenze sono innumerevoli, ma anche in una situazione difficile, ricordate che Dio ci ama, rendendoci capaci di amare».