Nell’ultimo giorno dell’anno è ovvio, e quasi scontato, che si facciano bilanci. In una parola, se è andata bene o male. E così fa anche l’Arcivescovo «in questa sera speciale che conclude l’anno civile», presiedendo, nella chiesa di San Fedele, l’Eucaristia con il canto del Te Deum. Rito tradizionale, a cui prendono parte i rappresentanti del Comune, Granelli, della Regione, Ciriello e Pizzul e tanti fedeli. Concelebrano il parroco di “San Fedele” affidata alla Comunità dei Gesuiti, padre Maurizio Teani, padre Giacomo Costa, presidente della Fondazione culturale “San Fedele”, altri padri della Compagnia, il moderator Curiae, monsignor Bruno Marinoni.Monsignor Delpini parla, appunto, di bilanci «talora, così esaltanti che diventa quasi naturale brindare e compiacersi, godersi una notte di follia per festeggiare; o che sono così disastrosi che viene spontaneo cercare di non pensarci, lasciarsi andare a una notte di follia per dimenticare; o che, ancora, sono così piatti che viene proprio voglia di qualche momento di allegria, provando l’euforia di una notte di follia, tanto per cambiare».

​Ma è chiaro, sembra suggerire, che questo modo superficiale di leggere la vita (per poi sentirsi, comunque, giustificati a fare follie) non possa bastare. Ci deve essere altro e, infatti, c’è un differente modo di “calcolare” ciò che ci accade: «è la legge delle decime destinate all’edificazione del buon vicinato».

Riprendendo uno dei passaggi cruciali del suo Discorso alla Città, il Vescovo delinea, così, anche nella sera del 31 dicembre, quella indicazione di vita buona che «dovrebbe segnare i bilanci personali, istituzionali e di tutte le forme che contengono una valutazione dell’anno che finisce».

La legge, appunto, delle decime che «non è una regola fiscale o un adempimento legalistico. Non il salasso imposto da un fisco esoso che rende ulteriormente insostenibile l’intraprendenza, ma che è, piuttosto, la dichiarazione di un’appartenenza all’umanità in cui considerare coloro che ci stanno intorno fratelli e sorelle, per cui mettere in conto il prendersi cura e dedicare tempo, risorse, attenzioni all’ambiente in cui si vive e alle persone che vi abitano».

Legge esigente, riconosce Delpini, ma non certamente per motivi quantitativi, – «non perché mi devo chiedere in quanto consista un decimo di 10 torte» – ma perché «si vuole contrastare l’individualismo, porre fine all’omertà e mettere in discussione ogni condiscendenza nei confronti dell’illegalità che trasforma alcuni luoghi della città in una giungla che diffida della legge».

Esigente, dunque, in un senso più profondo e radicale rispetto a facili calcoli, «perché legge che vuole combattere l’indifferenza e lo stile omertoso di chi fa finta di non vedere (tutti abbiamo qualcosa da nascondere…) ciò che di clamorosamente illegale avviene sotto i nostri occhi» e, magari, semplicemente nel condominio. Esigente in quanto è la dimostrazione che si è disposti a dare attenzione e risorse, perché consideriamo gli abitanti di questa città come persone verso le quali siamo in debito; le Istituzioni come amiche con cui fare alleanza; il tempo e ciò che abbiamo come un responsabilità. La legge delle decime dice che non possiamo accontentarci di qualche gesto di elemosina, di quello che è strettamente comandato: è una dinamica di corresponsabilità, una fantasia di creazione comune: quel tratto di generosità creativa per cui questa metropoli deve essere giustamente fiera e andare fiduciosa verso il suo futuro».

E, poi, per i cristiani è ancora di più: «è una forma di riconoscenza a Dio per la sua provvidenza che ci ha accompagnato anche in quest’anno».

«La gratitudine a Dio sembra che oggi sia diventata una sorta di espressione formale. Infatti, mentre in certi contesti di altre epoche era normale e convincente domandare: “Che cosa hai, che non hai ricevuto?”, ora sembra più normale domandarsi il contrario: “Che cosa ho io, che non abbia guadagnato da solo?”».

La legge della decima e delle primizie – quando il popolo eletto d’Israele offriva al Signore i primi frutti della terra – possono aiutare, quindi, a ridimensionare questo “io”, ingigantito dall’illusione e dalla presunzione, a maturare una visione più modesta di sé e un’interpretazione meno tragica della nostra precarietà. Laddove la parola morte è un tabù e il senso del limite è ormai censurato, «riconoscere, invece, che tutto è dono, viene da Dio e, insieme, è conseguenza dell’impegno personale, dispone a un più sereno affidamento e, senza togliere nulla all’intraprendenza personale, inserisce, non come corollario formale, la gratitudine come profonda persuasione».

E questo pur nella consapevolezza che il Signore non ha bisogno delle offerte degli uomini e che il rapporto con Lui è in quella logica della gratuità «che preferisce la solidarietà all’accumulo, che sceglie uno stile di vita sobrio all’esibizionismo della propria ricchezza, che percorre strade in cui si domanda come il frutto di un lavoro buono possa essere un arricchimento per tutto il convivere fraterno piuttosto che un incremento di potenza e di possibilità di sperpero».

È qui che bisogna cantare il Te Deum

«In questa logica della gratuità e della gratitudine celebriamo questo momento di sosta pensosa, di bilancio avveduto, questa pratica di gratitudine corale. Abbiamo bisogno di pregare, di sostare in contemplazione, per riconoscere che la gloria di Dio riempie la terra e la nostra vita e che, nella presenza del Signore, sta la serenità con cui consideriamo il tempo passato, con le sue bellezze e i suoi squallori, e affrontiamo il tempo che viene, con le sue promesse e le sue incertezze. Abbiamo bisogno di sostare per imparare a mettere in bilancio la gratitudine, quel senso di appartenenza che ci rende responsabili gli uni degli altri, che ci rende fiduciosi»

Alla fine, dopo l’antichissimo Canto che si fa preghiera e supplica, ancora qualche parola di ringraziamento. «È bello essere uniti in questa corale gratitudine per i doni ricevuti. Abbiamo un grande debito verso i Gesuiti, per tutto quello che fanno e che hanno fatto a Milano e anche perché dalla Compagnia vengono il cardinale Martini e papa Francesco: grandi personalità».

Il Te Deum al “Trivulzio”

È l’ultimo giorno dell’anno e l’Arcivescovo di Milano, come tradizione ininterrotta dal 1910, visita anche il Pio Albergo Trivulzio per il Te Deum, cantato nella chiesa settecentesca interna alla struttura, dove i ponteggi dei restauri sembrano quasi una moderna architettura nell’antica sobrietà della grande Cappella.

Ad accogliere monsignor Delpini, ci sono il direttore generale, Claudio Sileo, i medici, i volontari, i vertici e il personale dell’Istituto, il rappresentante del Comune, l’assessore Marco Granelli, ma soprattutto i moltissimi malati e anziani degenti, con i parenti, riuniti ai fianchi e davanti all’altare.

Accanto all’Arcivescovo ci sono i sacerdoti, tra cui don Alfredo Vallicelli, cappellano, don Paolo Fontana, responsabile del Servizio per la Pastorale della Salute della Diocesi, don Domenico Storri, il suo predecessore don Sante Torretta, parroci di San Pietro in Sala, nel cui territorio parrocchiale è sito l’ospedale e il decano don Serafino Marazzini.

Dà voce al sentimento comune il saluto di don Carlo Stucchi, cappellano rettore del “Trivulzio”: 570 posti in RSA, quasi 400 per la riabilitazione, 13 in hospice. Nelle tre sedi – la storica “Baggina”, il polo “Principessa Jolanda” sempre a Milano e quella di Merate -, un totale di 1350 ospiti residenti, più di 3000 persone prese in carico ogni anno, senza considerare i malati assistiti in regime ambulatoriale, oltre 500, e con modalità semiresidenziale.

A tutti coloro che rappresentano questo popolo dell’età avanzata, spesso della sofferenza alla fine della vita, e a quello di chi ne ha cura si rivolge Delpini, parlando – e non potrebbe essere, forse, altrimenti – del tempo.

«Il trascorrere del tempo induce spontaneamente a pensare il tempo come una linea tracciata che scorre su un piano e va avanti: il passato resta indietro e il futuro deve essere ancora scritto».

Una sorta di “filo rosso” lineare dell’esistenza, che si dipana negli anni, e che «quando si è giovani, è come se dicesse che il passato non è niente, è superato; che occorre andare avanti verso il futuro, là dove abitano i sogni e i desideri».

Diverso il discorso per gli anziani «quando – nota Delpini – la vita sembra ladra ed è come se dicesse: il meglio è nel passato bello, nel quale si stava bene e vi era una società sana».

Mai come a fine anno, allora, «chi intende il tempo come una linea che si scrive su un foglio, sentendo il futuro oscuro, opprimente e minaccioso, ha voglia di protestare contro questa vita ladra e le sue promesse».

Insomma, «più che da cantare il Te Deum», verrebbe da ribellarsi «contro chi ha rubato la speranza, ci ha fatto andare così in fretta che il meglio è rimasto alle spalle e adesso è irraggiungibile».

Ma questa concezione piana e lineare della vita non è dei cristiani, scandisce l’Arcivescovo.

«I discepoli di Gesù contestano che la vita sia una linea piatta che conosce solo un prima e un dopo».

É una terza dimensione, infatti, quella che fa la vera differenza: volgere lo sguardo in alto. «Non guardate solo indietro per dire la nostalgia di quello che è passato, il rimorso per quello che si è fatto o il rammarico delle occasioni perdute; non guardate solo avanti per dire l’aspettativa di tempi migliori. Guardate piuttosto in alto e fissate lo sguardo sulla rivelazione della Gerusalemme celeste. La speranza viene dalla promessa di Dio, dalla Sua presenza che si prende cura di ciascuno di noi, che ci avvolge della sua gloria, asciuga ogni lacrima e prepara ogni consolazione».

Per questo i cristiani cantano il Te Deum, «il cantico della gratitudine per il bene ricevuto, per le promesse che attendono il compimento; cantico della gloria di Dio che ama la storia di ogni uomo e di ogni donna e che tutto accoglie nella sua misericordia. Accoglie il passato e il rammarico, il rimorso, il senso di colpa. Accoglie il futuro e le paure che lo rendono cupo e lo trasfigura con la promessa della provvidenza che non delude. Cantiamo per ringraziare, per essere fieri del bene compiuto, per ribadire la speranza che ci anima, perché la gloria di Dio avvolge di luce la nostra vita».