Lo dice a chi, come lui è nato nel 1951, ma pare parlare anche a se stesso, mettendosi in gioco, ripetendo tante volte quel “noi” che subito include, che fa sentire parte di una grande famiglia, quella del «noi che siamo nati nel 1951», appunto. Sì perché sono loro i fedeli un poco speciali che prendono parte alla Celebrazione eucaristica della III Domenica dell’Avvento ambrosiano in Duomo. Un migliaio, provenienti da tutta la Diocesi, accompagnati, in qualche caso, anche dalle famiglie, o che, essendo preti, concelebrano. Invitati dall’Arcivescovo che delinea, nella sua omelia, una sorta di viaggio ideale nelle tappe che, per tutti coloro che oggi hanno 66 anni, significano tanto, dall’infanzia alla giovinezza, dall’età adulta alla maturità.

Si inizia – e non potrebbe essere altrimenti – proprio dai primi anni Cinquanta di stenti e di faticosa ricostruzione, di speranza che si respirava nell’aria.

«Poi, siamo diventati grandi in quegli anni che si chiamano del “miracolo economico”. Non so se ci sentiamo miracolati, però c’era una specie di indiscutibile fiducia nel futuro; nelle nostre case in quel tempo sovrabbondava il lavoro, la fatica, ma anche la possibilità di godere di maggiori risorse».

Ma quale è stato l’insegnamento, ripensando ad allora? «Alcuni, forse, ne hanno ricavato un motivo di scetticismo: lavori fino a stremarti, accumuli fino a esaltarti e, in un momento, tutto finisce in fumo».

In effetti, è stato un periodo cruciale per il nostro Paese quello che loro hanno attraversato. Basti pensare, osserva monsignor Delpini, «che abbiamo compiuto 18 anni nel 1969, abbiamo conseguito la maturità in anni di confusione e di inquietudine, in cui sembrava che l’imperativo dominante fosse di vivere al contrario. Uno invece di essere fiero di aver conseguito la maturità doveva vergognarsi, invece di essere contento di costruire, doveva impegnarsi a distruggere. Si aveva l’impressione di vivere di ebbrezza e di rabbia, di utopie affascinanti e di violenze spietate».

Tra quelli che, in un tale rivolgimento delle ideologie, «si sono gettati nella mischia – come presi dal demone della rifondazione – ricavandone, forse, il risentimento per essere stati ingannati, traditi dagli esiti di quegli anni», e gli altri «che sono stati alla finestra ad osservare con disprezzo e derisione, con l’aria di chi si compiace della rivincita della banalità», rimangono saldi nella speranza solo i credenti. «Noi che abbiamo imparato a fidarci del profeta più che del cultore di utopie e del promotore di rivoluzioni. Nel 1975 abbiamo finito l’Università, alcuni si sono sposati, noi siamo diventati preti. Abbiamo dato, allora, alla nostra storia una forma più assestata, una specie di sistemazione, ma erano gli anni di piombo, gli anni cupi della paura».

Torna l’interrogativo di cosa apprendere da «tempi malati e abitati da una specie di odore di morte, dal male di vivere». «Alcuni, hanno imparato a non credere più a niente, a tenersi fuori dai fastidi, a dedicarsi agli affari e ai capricci, a praticare l’arte di essere inaffidabili, a promettere e a ritrattare, insomma, a sopravvivere in una società fluida».

Le donne e gli uomini che hanno fede, invece, hanno imparato a convertirsi «a una nuova discrezione, a una presenza che non presume il protagonismo. Abbiamo imparato a rendere grazie a Dio il quale sempre ci fa partecipi de suo trionfo in Cristo e diffonde ovunque, per mezzo nostro, il profumo della sua conoscenza. Cosi, mi immagino, ognuno ha scritto pagine di gloria; abbiamo pianto i nostri martiri e contato le nostre sconfitte; sofferto lo strazio degli abbandoni e l’umiliazione di sentirci insignificanti. Mai siamo rimasti là, come un profumo, prigionieri della speranza».

E prosegue, l’Arcivescovo, nelle età della vita, là dove, forse, l’amarezza e le difficoltà si sono fatte più dolorose e, talvolta, lancinanti. «Abbiamo compiuto 60 anni nel 2011, in quest’ultima crisi nella quale ci siamo resi conto che non potevamo dare alle giovani generazioni quello che abbiamo avuto. Aver lavorato tanto e non riuscire a promettere lavoro; avere costruito case troppo grandi e non vedere nascere bambini che le possano abitare; disporre di mezzi per consentire ai giovani di studiare e di farsi artefici di futuro e non capire donde venga una specie di malavoglia scoraggiata, quella specie di preferenza per il divano invece che per il cammino, per il parcheggio invece che per la strada».

Anche in questo contesto la lezione dell’esistenza non fa sconti: «Forse alcuni hanno imparato a godersi il presente più che pensare al futuro e qualcuno si è persuaso che è più conveniente sfruttare fin che si può e che non c’è una ragione per rispettare gli altri, la terra e il vivere sociale».

Ma è proprio qui che nasce, avvince e convince, la via della speranza invincibile. «Quella che non è la previsione confortata dalle statistiche, non l’aspettativa che domani, per un qualche colpo di bacchetta magica, sarà meglio di oggi e che qualche ritrovato della tecnica risolverà tutti i nostri problemi. La speranza invincibile è l’affidamento alla promessa di Dio. La speranza invincibile è quella che ci dispone a festeggiare il Natale non come una festa del consumo, ma come un approfondimento del mistero della vita come mistero di Grazia. Ecco che cosa abbiamo imparato attraversando le stagioni della nostra vita: a sperare».

Una convinzione, ribadita dall’Arcivescovo al termine della Celebrazione, con il pensiero a chi non c’è più e a chi è malato, nell’auspicio che i presenti alla Celebrazione portino il messaggio di speranza a tutti i coetanei.

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