«Accompagniamo il nostro padre e maestro cardinale Dionigi all’abbraccio con il Signore Gesù che lo introdurrà nella Casa dalle porte aperte che è la Santa Trinità. La personalità del cardinale Tettamanzi, la sua storia, il suo essersi speso per la Chiesa e per tutti gli uomini, per lungo tempo, diventi per noi un interrogativo per capire come stiamo vivendo la nostra vita. Caro cardinale Dionigi, arrivederci in Cristo Signore». Le parole commosse del cardinale Scola, che concludono la recita del Rosario con i  Misteri della Gloria, sono la sintesi più bella – e insieme simbolo – di ciò che nel pomeriggio si è vissuto in Duomo, dall’arrivo, proveniente da Villa Sacro Cuore di Triuggio, del feretro del cardinale Dionigi Tettamanzi scomparso nella mattina del 5 agosto.  

Ad accompagnare la salma, già salutata da migliaia di persone nella Camera ardente allestita a Triuggio, ci sono il fratello Antonio, la sorella Gianna, nipoti e bisnipoti e l’assistente di sempre, Marina Oggioni. Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala e l’Arciprete del Duomo, monsignor Gianantonio Borgonovo, entrano tra le navate insieme alle spoglie dell’amato Arcivescovo che guidò la Diocesi per 9 anni. In preghiera con tutti loro c’è anche il cardinale Calcagno, presidente della Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica e amico personale del Porporato scomparso.

Quando, alle 16.00 in punto, si apre il grande Portale del Duomo, la gente si riversa tra le navate di fronte alla semplice bara già sigillata, posta a terra, come è tradizione per i sacerdoti, tra i gonfaloni del Comune, della Città Metropolitana e di Regione Lombardia. Sopra il feretro, la preziosa edizione dell’Evangeliario Ambrosiano illustrato dai maestri della Transavanguardia, donato proprio dall’arcivescovo Dionigi al momento del suo commiato dalla Diocesi nel 2011. La pagina aperta è alla Domenica di Pasqua nella Messa di Risurrezione del Signore.

 La voce del sindaco Sala e della gente comune 

«Ha avuto una grande attenzione verso gli ultimi», osserva subito Sala, «per le conseguenze della crisi sulle famiglie e la società, basti pensare al Fondo Famiglia-Lavoro. Già ordinare i suoi insegnamenti e il suo pensiero, perché se ne tragga frutto, potrebbe essere una cosa buona. Io ricomincerei da lì».

«Non c’è sacrificio, quando si fanno le cose per amore». Carolina ha quasi ottant’anni, ma è lì ad attendere, sul sagrato del Duomo dove si superano i 35 gradi, il suo Cardinale. Come lei moltissimi altri cittadini, fedeli, gente comune di tutte le età.

«Per me era una persona buona, sostanzialmente e semplicemente», dice Paolo, impiegato di mezz’età. «È un poco come papa Giovanni XXIII. Penso sempre a quella frase, “Quando tornerete a casa, fate una carezza ai vostri bambini”. Per me il cardinale Dionigi è questo».

Gli fa eco Fabio, un giovane medico. «Ho un caro ricordo di quando è venuto nella mia città, Treviglio. Ho avuto, allora, modo di scambiare due parole. Sicuramente è stato un personaggio carismatico, ma anche una persona molto attenta ai bisogni degli ultimi, dei più poveri e delle persone deboli. Ha lasciato un gran segno a Treviglio e per questo sono qui. Mi pare che sia giusto definirlo “il Cardinale delle mani”, perché ricordo bene che, anche nella mia parrocchia, si è fermato e ha voluto stringere la mano a tutti i fedeli presenti. Per noi tutti davvero una grande emozione».

Deanna spiega commossa: «Sono in Duomo per pregare e per ringraziare il Signore del dono del cardinal Tettamanzi. Mi è rimasto impresso il coraggio con cui ha sostituito il cardinal Martini dicendo sempre che il Vangelo è la regola, la via del cristiano».

 Il segretario don Sangalli e il “compagno di Messa”, mons. Boretti

«Ho avvertito un grande dolore, ma accompagnato da ciò che scherzosamente affermo dicendo che abbiamo un santo in più in Cielo», commenta don Tiziano Sangalli, segretario di Tettamanzi negli anni della residenza a Villa Sacro Cuore di Truggio. «Mi accompagna il ricordo della paternità spirituale che, in questi anni, ho potuto vivere fin da quando ci siamo conosciuti, quasi quarant’anni fa, in Seminario. Negli ultimi istanti di lucidità, in cui ho potuto parlargli, mi ripeteva due parole che porterò sempre con me: la prima era “i poveri” e la seconda, “le vocazioni”».

«Il ricordo più bello, se penso a Dionigi, è quale mio compagno di musica in Seminario, perché entrambi eravamo accompagnatori delle Celebrazioni liturgiche. Eravamo organisti insieme e ci alternavamo. Era molto affabile, molto buono. Abbiamo fatto il nostro cammino, sempre insieme: anche da preti ci si vedeva, ci si aiutava; siamo stati molto legati. Aveva un carattere buonissimo, dolcissimo: non ricordo mai un Dionigi arrabbiato».

 L’omelia di monsignor Borgonovo

Insomma, tanti momenti, immagini che tornano alla mente per quel saluto al quale anche monsignor Borgonovo, nell’omelia per la Messa di suffragio, presieduta e concelebrata dal Capitolo dei Canonici del Duomo, dedica parole intense: «Il cardinale Tettamanzi aveva ereditato la pesante memoria dei 22 anni vissuti con il cardinal Martini, ma egli ha cercato di camminare con la propria via e il suo stile. Pensò a unificare più che dividere, sapendo portare la sua stretta di mano a ciascuno. Noi dobbiamo ringraziare il Signore di avere Pastori che sanno unire, riedificare, continuare un cammino. Il cardinal Dionigi ha saputo conquistare il cuore della nostra città e della nostra Chiesa: il suo operato rimarrà come punto di riferimento, ad esempio, con l’idea geniale del Fondo Famiglia- Lavoro che  fu come un gentile schiaffo per prendere coscienza di ciò di cui non ci rendevamo ancora conto».