L’Arcivescovo ha presieduto, in un Duomo gremito di migliaia di fedeli, tra cui tantissimi giovani e molte autorità, la Celebrazione eucaristica di ringraziamento per coloro che hanno cooperato alla piena riuscita della Visita di papa Francesco a Milano, lo scorso 25 marzo

«È bello vivere a Milano e nelle nostre terre».
Ovviamente, lo è quando, sotto un cielo di Lombardia bellissimo, è il Papa stesso, che le sta visitando, a dire “Dicono che pioverà, ma io non vedo, per ora”, ma è bello anche se si rende la metropoli sempre più accogliente, aperta e cosmopolita.
Il cardinale Scola lo dice e lo suggerisce, in un Duomo gremito che accoglie volontari, ROL (i Responsabili Organizzativi Locali), Forze dell’Ordine, tanta gente che, a diverso titolo, ha prestato il suo servizio perché il 25 marzo scorso, la presenza di papa Francesco non fosse solo un momento fondamentale ecclesiale e civile, ma anche un successo per il suo svolgersi ordinato.
E così, arriva il «grazie», vibrante di affetto, nelle parole dell’Arcivescovo che pare rivolgersi a ognuno delle migliaia di presenti alla Messa, concelebrata da 4 Vescovi, tra cui il Vicario generale e alcuni Ausiliari, dai sacerdoti, che a livello centrale hanno organizzato l’evento e dai preti che lo hanno vissuto sul territorio. Ci sono i ragazzi con la loro pettorina di riconoscimento, una rappresentanza di fedeli portatori di handicap (molti i non udenti che hanno partecipato alla Giornata e che seguono il Rito con il Linguaggio dei Segni), i Militari, la Polizia di Stato, Sacristi con il loro presidente diocesano, Cristian Remeni, i rappresentanti di tante realtà, aziende e associazioni. Non hanno voluto mancare le più alte autorità locali:il sindaco di Milano, Giuseppe Sala e il collega di Monza Roberto Scanagatti, il prefetto del capoluogo, Luciana Lamorgese e di Monza, Giovanna Vilasi, il questore Marcello Cardona.
A tutti si rivolge il Cardinale, richiamando, in riferimento alla pagina di Luca appena proclamata,  i testimoni della Risurrezione di 2000 anni fa e i testimoni di oggi. «Grazie perché siete stati simili testimoni come quelli del Vangelo, proprio per il vostro impegno nell’organizzare questo prezioso evento. Esprimo tutta la riconoscenza della Diocesi e mia personale. Grazie a tutti coloro che hanno prestato la propria attività professionale, a diversi livelli, a tutte le realtà che con i loro servizi hanno collaborato alla buona riuscita della Giornata e a chi ha contribuito a sostenere economicamente l’evento. Un particolare ringraziamento va a quanti hanno preparato l’accoglienza di Papa Francesco alle Case Bianche, in Duomo, a San Vittore, a Monza e a San Siro».
Tanti momenti, tutti emozionati, di cui rimane, a ricordo anche un libro fotografico, con tanti bellissimi scatti di diverse mani, che viene donato a conclusione della Celebrazione unitamente alla ricercatissima sciarpa indossata e agitata dai pellegrini il 25 marzo. «Un piccolo segno di  gratitudine della Chiesa ambrosiana», nota l’Arcivescovo.
Il pensiero non può che tornare a quel sabato di quasi un mese fa. «La presenza reale, in carne e ossa, del Risorto tra di noi, attraverso la vita della Chiesa, trova in noi oggi, dopo il 25 marzo, una forza di convinzione nuova. Il dono della Sua pace, che è il frutto più sorprendente della salvezza operata da Gesù nella nostra vita, evoca ai nostri occhi e al nostro cuore parole e fatti sguardi e gesti di quel giorno. Da questa pace sperimentata sprigiona una speranza nuova e indomita, anche dentro l’attacco del male che in questi giorni sembra essersi fatto ancora più feroce».
Il riferimento è alla frase pronunciata da Francesco, e citata dal cardinale Angelo, tra le stesse navate della Cattedrale; “Accendete la speranza spenta e fiaccata da una società che è diventata insensibile al dolore degli altri”.
Un dono e un compito preciso, questo: «Il Papa ha risvegliato in noi la consapevolezza gioiosa e fiera di essere un popolo»: “Un popolo chiamato a ospitare le differenze, a integrarle con rispetto e creatività e a celebrare la novità che proviene dagli altri; un popolo che non ha paura di abbracciare i confini, le frontiere; un popolo che non ha paura di dare accoglienza a chi ne ha bisogno perché sa che lì è presente il suo Signore”, scandisce ancora Scola, rileggendo, questa volta le espressioni del Santo Padre dell’omelia al Parco di Monza.
«Di questa esaltante lettura, a un tempo religiosa e civile, che papa Francesco ha dato, siamo profondamente grati e altrettanto profondamente ce ne sentiamo responsabili. Per ogni cristiano maturo, per donne e uomini di altre fedi e di buona volontà, infatti, non c’è dono che non diventi compito».
Poi, il pensiero è per Milano: «Continuiamo lo sviluppo integrale di Milano e delle terre ambrosiane che la presenza del Papa ha reso evidente, dono e compito che ci attende. Famiglie, Corpi intermedi, Istituzioni di ogni ordine e grado, il popolo rendano Milano realmente cosmopolita, accogliente, costruttiva. È bello vivere a Milano e nelle nostre terre. La vita pulsa nelle vene di questa nostra metropoli. Con equilibrio politico, civile e culturale, offriamo questa possibilità a quanti la chiedono, a partire dagli esclusi della terra. Per far questo bisogna vincere del tutto la frammentazione. Senza pluriformità nell’unità non c’è pace, non c’è gioia».
Monito che è anche un augurio e un auspicio, che tornano alla fine dell’Eucaristia, questa volta richiamando la grande storia della Chiesa ambrosiana, resasi ancora una volta evidente di fronte al Pontefice: «Oggi ricorre il Transito e la Deposizione di sant’Ambrogio avvenute nel 397: è impressionate vedere quanto la personalità di questo grandissimo Santo, insieme a san Carlo e a molti altri, abbia inciso su tutta la nostra città. Il gesto che abbiamo compito stasera, di cui sono commossamente grato, è un’espressione di questa capacità, che Ambrogio ebbe, di unire la dimensione religiosa e civile. Certo, i tempi sono molto cambiati, le condizioni sono diverse, la società è plurale, ma come cristiani, credenti in altre fedi, come non  credenti – se diciamo tali – dobbiamo tutti, per il fatto di essere insieme, cooperare all’edificazione della città attraverso una vita buona che, per esser tale, non può e non deve escludere nessuno».

di Annamaria Braccini, chiesadimilano.it

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