Prima dell’Angelus il saluto del Pontefice ai settemila ragazzi della Diocesi di Milano presenti all’udienza generale del mercoledì in piazza San Pietro durante il loro pellegrinaggio a Roma per la Professione di fede

«Un saluto speciale a voi, ragazzi della Professione di fede delle Diocesi di Milano e Cremona». L’ovazione dei settemila ragazzi ambrosiani presenti all’udienza generale del mercoledì in piazza San Pietro, durante il pellegrinaggio a Roma per la Professione di fede, ha accolto il saluto che papa Francesco ha rivolto loro prima dell’Angelus. «Vivete in pienezza il messaggio pasquale, testimoniando dappertutto la pace, dono di Cristo Risorto», ha aggiunto il Pontefice.

Alla «indimenticabile» visita del Papa a Milano che «abbiamo ancora tutti negli occhi e nel cuore» ha fatto riferimento il cardinale Angelo Scola nel messaggio inviato ai ragazzi (in allegato). L’Arcivescovo ha richiamato la «immensa ricchezza di testimonianza e di indicazioni che ci ha lasciato e che – ne sono certo – riprenderete con calma con gli amici più grandi nei prossimi mesi» e due passaggi degli interventi del Santo Padre nel carcere di San Vittore e a San Siro. Accennando poi all’udienza, ha invitato i ragazzi ad ascoltare il Pontefice «con l’entusiasmo, l’affetto e la convinzione con cui i discepoli ascoltavano Gesù. RinnovateGli il vostro e mio grazie e salutatemelo tanto».

Con l’udienza del Papa si conclude la due-giorni di pellegrinaggio a Roma dei preadolescenti ambrosiani, che nella prima giornata hanno partecipato alla Santa Messa presso l’altare della Confessione nella Basilica di San Pietro, presieduta dal cardinale Angelo Comastri, Arciprete della Basilica vaticana e Vicario generale per la Città del Vaticano.

L’udienza

L’udienza è stata preceduta dal tradizionale giro della piazza sulla jeep bianca scoperta, a bordo della quale sono saliti quattro bambini (due maschi e due femmine), con il saio della Prima Comunione, che poi il Papa ha baciato uno a uno quando ne sono ridiscesi. Il Papa, che per un attimo ha perso lo zucchetto a causa del forte vento di tramontana, ha fatto due soste per salutare un’anziana in carrozzina e per sorseggiare una tazza di mate che gli hanno offerto dalle transenne. Molto variopinti gli striscioni, alcuni dei quali scritti a mano dai ragazzi delle scuole, riconoscibili dai loro berrettini colorati. Presenti anche fedeli provenienti dall’Argentina, uno dei quali ha mostrato al Papa una maglia con i colori bianco-azzurri della Nazionale e il numero “5” stampato sopra.

La catechesi, tenuta «nella luce della Pasqua», è stata dedicata a «Cristo Risorto, nostra speranza», come lo presenta San Paolo nella prima Lettera ai Corinzi. Gesù «è morto, è sepolto, è risorto, è apparso, cioè Gesù è vivo. Questo è il nocciolo del messaggio cristiano». La fede «non è un’ideologia, non è un sistema filosofico… nasce dalla risurrezione, nasce il mattino di Pasqua – ha spiegato Francesco -. Tutto poggia su questo presupposto», dalla risurrezione di Cristo come «dato inoppugnabile, che non è l’esito di una riflessione di qualche uomo sapiente, ma un fatto, un semplice fatto che è intervenuto nella vita di alcune persone». «Annunciando questo avvenimento, che è il nucleo centrale della fede, Paolo insiste soprattutto sull’ultimo elemento del mistero pasquale, cioè sul fatto che Gesù è risuscitato – ha fatto notare il Papa -. Se infatti tutto fosse finito con la morte, in lui avremmo un esempio di dedizione suprema, ma questo non potrebbe generare la nostra fede. È morto, ma è risorto. Perché la fede nasce dalla risurrezione. Accettare che Cristo è morto, ed è morto crocifisso, non è un atto di fede, è un fatto storico. Invece credere che è risorto sì. La nostra fede nasce il mattino di Pasqua».

Poi il Papa ha citato l’elenco delle persone a cui è apparso Gesù risorto: Cefa, cioè Pietro, e il gruppo dei Dodici, poi «cinquecento fratelli» molti dei quali «potevano rendere ancora la loro testimonianza», poi Giacomo; ultimo della lista – come il meno degno di tutti – è Paolo, che «dice di se stesso: come un aborto». «Paolo usa questa espressione – ha spiegato Francesco – perché la sua storia personale è drammatica». «Lui non era un chierichetto – ha aggiunto a braccio -, era un persecutore della Chiesa, orgoglioso delle proprie convinzioni; si sentiva un uomo arrivato, con un’idea molto limpida di cosa fosse la vita con i suoi doveri». «Ma in questo quadro perfetto – tutto era perfetto in Paolo, sapeva tutto – un giorno avviene ciò che era assolutamente imprevedibile: l’incontro con Gesù Risorto, sulla via di Damasco… Lì non ci fu soltanto un uomo che cadde a terra: ci fu una persona afferrata da un avvenimento che gli avrebbe capovolto il senso della vita». «E il persecutore diviene apostolo”, ha commentato Francesco, proseguendo poi a braccio: «Perché io ho visto Gesù vivo, io ho visto Gesù Cristo risorto. Questo è il fondamento della fede di Paolo, come della fede degli altri apostoli, come della fede della Chiesa, come della nostra fede».

«Che bello pensare che il cristianesimo, essenzialmente, è questo! Non è tanto la nostra ricerca nei confronti di Dio – una ricerca, in verità, così tentennante -, ma piuttosto la ricerca di Dio nei nostri confronti – ha esclamato il Papa-. Gesù ci ha presi, ci ha afferrati, ci ha conquistati per non lasciarci più». E ha proseguito: «Il cristianesimo è grazia, è sorpresa, e per questo motivo presuppone un cuore capace di stupore… Un cuore chiuso, un cuore razionalistico è incapace dello stupore e non può capire cosa sia il cristianesimo, perché il cristianesimo è grazia, e la grazia soltanto si percepisce, di più, si incontra nello stupore dell’incontro». «E allora, anche se siamo peccatori – tutti noi lo siamo -, se i nostri propositi di bene sono rimasti sulla carta, oppure se, guardando la nostra vita, ci accorgiamo di aver sommato tanti insuccessi – ha assicurato -, nel mattino di Pasqua possiamo fare come quelle persone di cui ci parla il Vangelo: andare al sepolcro di Cristo, vedere la grande pietra rovesciata e pensare che Dio sta realizzando per me, per tutti noi, un futuro inaspettato». «Andare al nostro sepolcro – l’altro invito a braccio -. Tutti ne abbiamo un pochettino dentro: andare lì e vedere come Dio è capace di risorgere da lì… Qui c’è felicità, gioia e vita, dove tutti pensavano ci fosse solo tristezza, sconfitta e tenebre. Dio fa crescere i suoi fiori più belli in mezzo alle pietre più aride», le parole di Francesco.

«Essere cristiani significa non partire dalla morte, ma dall’amore di Dio per noi, che ha sconfitto la nostra acerrima nemica – lo ha ribadito il Papa, al termine della catechesi -. Dio è più grande del nulla, e basta solo una candela accesa per vincere la più oscura delle notti». «Paolo grida, riecheggiando i profeti: “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?”. In questi giorni di Pasqua, portiamo questo grido nel cuore». E l’invito finale: «E se ci chiederanno il perché del nostro sorriso donato e della nostra paziente condivisione, allora potremo rispondere che Gesù è ancora qui, che continua a essere vivo in mezzo a noi… Che Gesù è qui, in piazza con noi, vivo e Risorto!», ha concluso a braccio, salutato dagli applausi dei fedeli.